IL BUON SELVAGGIO
IL MITO DEL BUON SELVAGGIO HA ROTTO LE BALLE.
L’idealizzazione totale di un uomo puro, connesso alla natura e alla saggezza del pianeta, porta migliaia di persone ogni anno a viaggiare verso terre bucoliche e selvagge, alla ricerca di risposte interiori che la nostra società occidentale, vecchia e in fin di vita, non sembra offrire. Alcuni le trovano, le risposte, ma non come si immaginavano. Altri invece partono al salvataggio del mondo che soffre.
Si storce il naso a vedere gli africani o i nativi con la cravatta, perché non è un’immagine allineata con il mito del buon selvaggio che parte, a seconda del caso, da un senso di superiorità intellettuale o da un senso di inferiorità spirituale.
È da questa superiorità intellettuale che penso di poter aiutare qualcuno. AIUTARE queste anime pure e sfortunate.
Dobbiamo essere onesti: la nostra volontà di aiutare e liberare gli altri dal dolore parte dal nostro dolore personale che non riusciamo a gestire. Lo so bene. Da un senso di inferiorità spirituale, invece, penso di poter imparare, trovare risposte nel buon selvaggio che, con la sua tradizione pura e medicina antica, potrà aprire i veli dell’illusione e guarirmi dal dolore.
Ho fatto entrambi questi viaggi. Ho attraversato un apprendistato tradizionale sciamanico in Sudafrica e bevuto alla fonte di questa idealizzata purezza e connessione, sono diventata sangoma.
Ho vissuto un decennio tra Kenya, Tanzania e Sudafrica, a contatto con bambini di strada, campi profughi, spose bambine, baraccopoli e villaggi rurali, nella disperata speranza di poter aiutare ed eliminare, fuori e dentro, quel dolore che sentivo. Dare voce a chi non ha voce: è stato il senso della mia vita.
Sai cosa ho scoperto?
Entrambi i viaggi erano disperate richieste d’aiuto. Anche nel cercare di aiutare, non lo facevo per loro: lo facevo per me. Lo facevo perché “l’Africa” mi stava guarendo le ferite più antiche, mi stava insegnando a stare negli abissi del mio dolore. Mi ha dato molto più di quello che ho dato io, mi ha messa sulla mia strada, al mio posto, mi ha messo in mano il mio destino, mi ha dato un senso. Ma non è stato il buon selvaggio, o la terra pura, o le persone che ho aiutato. Sono stata io. È stato il viaggio dell’eroe nella ricerca di mettere fine al dolore del mondo che era il mio. L’immersione negli abissi ha portato all’umile resa del cuore.
Non possiamo aiutare né essere aiutati per davvero. Possiamo metterci al servizio dell’intelligenza della vita così da essere USATI al meglio, per ciò che serve. Ognuno ha la piena responsabilità del proprio viaggio e della propria esistenza.
Conosco africani che non troveranno mai l’eccellenza, anche se hanno avuto tutte le migliori opportunità. E conosco europei che non la troveranno ugualmente mai. E sai cosa hanno in comune questi due? Poca fame.
Non importa da dove vieni, il colore della pelle, l’odore del tuo cibo. Importa il fuoco che ti arde nel cuore. Importa la fame che hai. TE LA DEVI MANGIARE LA VITA.
QUESTA È LA VIA DELL’ECCELLENZA.
(È contagioso.)
Arianna Zanemvula
